Le semplici virtù del postmoderno

Nel tentativo di restituire al postmoderno almeno una parte del suo valore, oggi screditato con eccessiva baldanza da una pubblicistica superficiale, proviamo a descrivere alcune idee di fondo del postmodernismo. Non pretendiamo certo di detenere il senso unico e incontestabile della postmodernità, ma semmai di allargare la riflessione su un periodo storico del pensiero occidentale che viene accusato di cose che non sono vere: il postmoderno viene confuso con un atteggiamento politico infantile, inetto, privo di responsabilità e del tutto compiacente rispetto al “telecirco” dei vari Berlusconi, Sarkò e compagnia. Tutto ciò è ridicolo, sarebbe come dire che la metafisica l’ha inventata la televisione. Ecco alcuni spunti per riflettere.

1. Il postmoderno ha contribuito ad arginare gli effetti di un progresso fine a sé stesso: non è che il postmoderno si sia collocato al di fuori della modernità (se così fosse, sarebbe un pensiero reazionario), ma piuttosto al suo interno come istanzacritica e democratica – va sottolineato questo aspetto fin dall’inizio- di un sistema basato sulla supremazia dei pochi che detengono il potere industriale e perciò economicamente dominante. Come tale, il pensiero postmoderno non fomenta l’idea di identità “forte” e dominatrice ma, piuttosto, ha spesso appoggiato le identità “deboli” e le minoranze come, per esempio, le zone diseredate dell’India di cui si è occupata Vandana Shiva, critica non a caso del cogito cartesiano (come anche Gayatri Spivak) e di ciò che rappresenta in termini scientifici e capitalistici. Altri esempi di minoranze attive che trovano riscontro nel pensiero postmoderno sono il femminismo e la lotta per i diritti degli omosessuali, dei transessuali (penso a un’autrice come Judith Butler) e di qualsiasi altra differenza sociale. C’è da riflettere sul fatto che il “realismo” in certe parti del mondo coincide, in sostanza, con lo smantellamento del territorio socioculturale nel nome di forze capitalistiche che hanno tutto da guadagnare dall’elogio della cosiddetta “realtà”. Quest’affermazione, va da sé, è un rovesciamento di quella di M.Ferraris – contenuta nel suo articolo di Repubblica uscito quest’estate- secondo la quale la “ragione del più forte” sarebbe una caratteristica del postmoderno. E’ falso, ma è ciò che occorre, forse, credere per “uscire dalla crisi”: dunque è una specie di teologia mediatica, non realtà. E questo profuma di “cattivo postmoderno”.

2. Come scrive bene Gaetano Chiurazzi nel suo Il postmoderno (Mondadori, 2002), utile vademecum in questi tempi di oscurantismo: “Il postmoderno pone il problema dei limiti e delle distorsioni del razionalismo moderno, o meglio della razionalizzazione della società e del mondo introdotta, e poi estremizzata, dal moderno”. Ciò che significa, in poche parole: “burocratizzazione, prevalere della razionalità strumentale su quella rivolta ai valori”. Vi ricorda qualcosa? A me sì, tra le molte cose che mi ricorda c’è anche la riforma Gelmini – l’ultimo (nel senso di più recente) rantolo di un management di bassa lega, solidale fino in fondo con qualsiasi semplificazione “realistica” del sistema dell’istruzione. Meno teste pensanti, meno per tutti. Come oggi sta accadendo in Cina e in India, le due grandi potenze mondiali, dove stanno cancellando gli studi umanistici perché non sono “orientati al progresso” (lo racconta Martha Nussbaum nel suo recente Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, ed. Il Mulino 2010).

3. Per una nuova ecologia mondiale: come ricorda sempre Chiurazzi nel suo saggio, scegliendo come bersaglio polemico gli effetti estremistici della filosofia cartesiana, si è collocato a favore dell’ambiente e dell’Ecosfera. Serge Latouche non è certo un razionalista, e il suo concetto di “decrescita” deve non poco, a mio avviso, sia all’analisi delle situazioni produttive di Foucault che al decostruzionismo di Derrida, pur non essendone una derivazione teorica diretta (un filone parallelo è costituito dal lavoro eterodosso di Slavoj Zizek).
Oggi per fortuna alcuni autori italiani stanno lavorando in questa direzione, pur sotto la minaccia di perdere credibilità accademica: un segno che non tutto il postmoderno è morto ma che, semmai, si trasforma (si può leggere sul tema L’avvenire della decostruzione, ed. Melangolo, ma bibliografia è fitta).

4. Tolleranza e differenza: identificare la globalizzazione con il postmoderno è unaboutade, eppure è questo che ci stanno dando a bere. Nel nome, probabilmente, di alleanze accademiche transnazionali (in ambito anglosassone, in particolar modo, visto che il paladino di questo accecamento è John Searle) si cerca di insabbiare il fatto che il postmoderno, in ambito politico quanto filosofico, è sinonimo di pluralismo, spesso di tolleranza, di un modo di costruire società – non soltanto di criticarne i presupposti- dove i “margini” del sistema non dovrebbero diventare semplici (e incazzate) periferie.

Come invece sta accadendo in tutto il mondo occidentale, vittima di una cecità dei politici come degli intellettuali neoliberali – quanto conservatori, ovviamente- che sta portando alla distruzione quel poco di democrazia “reale” che ci rimane. Gli studenti in Gran Bretagna è probabile che non abbiano molta voglia di seguire la “nuova” pseudomodernità che si cela dietro il risibile slogan di “New Realism”. Vogliono diritti, libertà, dunque possibilità di scelta. Il realismo non ha mai lasciato scegliere nessuno, di solito, e rischia di diventare il buonsenso che sostituisce la filosofia per ricordarle di tornare a coltivare l’orticello come facevano gli antichi.

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Marshall McLuhan e la fuga dai social network

Sta accadendo finalmente qualcosa nel mondo bulimico e piuttosto iperteso dei social netwok…Perché finalmente? Perché fino a quando si è ancora nella fase di esplorazione di una novità e si agisce in un regime ancora a bassa competizione è difficile che si possano valutare pregi e difetti di un’idea, mentre quando comincia a formarsi il classico grafico a campana, per intenderci, con cifre e statistiche si può cominciare a parlare di “novità”. E la novità suona abbastanza chiara a tutti, anche se non per quanto riguarda le motivazioni del fenomeno: c’è in atto una fuga di massa da Facebook, il principale social network mondiale.

Sia la stampa dedicata alla cultura digitale, come Wired, che i magazine a più alta diffusione come D – La Repubblica si sono visti costretti a registrare, perlomeno, il fenomeno di “controtendenza” o di migrazione al contrario: dopo un primo momento in cui l’entusiasmo per FB sembrava incontenibile, oggi avviene semmai una sempre più rapida frammentazione dell’offerta (ci sono sempre più realtà che vanno sotto l’etichetta di Social Network, alcune delle quali di successo, ed è proprio questo che favorisce l’innovazione) e una dilagante “preoccupazione” da parte degli utenti come degli ideatori – e speculatori di borsa- che ha, forse, pero’, anche dei lati comici e non soltanto finanziari. Davvero è così importante “essere su FB”? Dipende da come si vive, probabilmente, intanto i pubblicitari e la televisione hanno pensato bene di mettere in parodia il fenomeno e di creare persino una sitcom dedicata a “Faccialibro”…Non ci lasciamo sfuggire proprio niente, in questa società in cui si passa da un’immagine all’altra senza, forse, spostare molto altro che dubbi e perplessità.

Nel suo libro intitolato Il punto di fuga, uno dei meno conosciuti ma senz’altro dei più originali scritti da questo autore, Marshall McLuhan analizzava l’idea di spazio nella poesia, nelle arti visive e più in generale nella vita quotidiana. Ancora ai suoi tempi poteva scriveva, commentando una poesia di Archibald MacLeish, che “non è questione qui di privacy o di identità privata, ma di libero flusso  di energia collettiva. Qui le persone creano il loro mondo e non sono in esso contenute. Il cosmo diventa un’estensione delle loro energie”. Viene da pensare che abbiamo scambiato il cosmo simbolico con uno spazio del controllo, dove niente sembra privo di interesse per chi gestisce l’informazione e per chi si diletta a rivenderla al migliore offerente, come gli hacker sanno fare sempre meglio. Non stupisce, allora, se 150 mila utenti (fonti: Wired/Osservatorio Facebook) hanno deciso che FB non è la loro “energia collettiva”. Staremo a vedere se per gli altri social network andrà diversamente.

 

Questo articolo appare anche su AgoraVox con il titolo Internauti in fuga dai social network: la lezione di Marshall McLuhan.

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La liberazione di Ai Wei Wei

Il rilascio dell’artista cinese più acclamato nel mondo, Ai Wei Wei, è un evento da salutare con legittimo entusiasmo. E’ giusto che lo si festeggi e vorremmo che questo genere di notizie fossero più numerose. Tuttavia, al di là della notizia c’è qualcosa che andrebbe sottolineato. Intendiamoci, dunque, Ai Wei Wei non è “libero” affatto, diciamo che l’hanno liberato su cauzione e rimane sorvegliato a distanza fino al punto che chiunque entra o esce dalla sua casa-studio deve essere identificato dalla polizia. E’ la prassi, gli avranno detto. Intanto per un artista internazionale una vita del genere lascia qualche margine al dubbio se non all’angoscia: è probabile che nessun progetto che realizzerà in futuro potrà essere fabbricato nel suo Paese, con conseguenti complicazioni. Ma almeno è fuori dalla prigione in cui era rinchiuso, come ci hanno comunicato ieri i giornali di tutto il mondo.  Restano da capire le motivazioni reali dell’arresto che, nonostante la versione ufficiale data dal governo cinese appaiono, alla luce di alcune dichiarazione che l’artista ha rilasciato al settimanale Der Spiegel (nella versione cartacea), alquanto “riduttive” se non oscurantiste…Se è vero che, come si legge ad esempio su Euronews, “secondo le autorità cinesi, la sua scarcerazione sarebbe dovuta alla buona condotta e all’ammissione del reato di evasione fiscale”, come non notare che le domande rivolte all’artista vertevano, in buona parte, sulle sue conoscenze all’estero e sui motivi che l’hanno spinto spesso a “provocare le autorità” (concetto che rimane, naturalmente, ambiguo)? La posta in gioco, quindi, non sono le tasse.

Inutile osservare che non esiste alcun Paese democratico dove per questo genere di reato si possa tenere in una cella di sei metri quadrati un cittadino, fosse anche “sospetto”, con le conseguenze che si possono immaginare per la sua salute fisica e mentale. Non abbiamo ancora avuto modo di leggere l’intervista integrale che Wei Wei ha rilasciato allo scrittore Bei Ling, ma le anticipazioni dei giornali lasciano intendere che il trattamento subito dal noto artista non è stato leggero. L’interrogatorio senza fine che lo possiamo immaginare, anche se a renderlo più inquietante c’è il fatto che questo genere di cose le abbiamo viste nei film e invece sono la regolare prassi di un regime totalitario che si autodefinisce “armonioso”. Questo è quello che sta accadendo in Cina, ad ogni modo, ed è con ogni probabilità soltanto la punta dell’iceberg. Sindrome del complotto in piena regola? Di certo, con i disordini che si susseguono in ambito europeo e, in quello asiatico, con la crisi in Birmania non si ha molto tempo per interrogarsi sugli enigmi e le sovversioni del Drago cinese. La reazione dei servizi di informazione, in generale, non è stata particolarmente significativa. Tranne, forse, per le esagerazioni di qualche articolista in cerca di “storie da raccontare”. Nonostante i toni accorati di alcuni commenti, il blando tentativo mediatico di fare di Wei Wei un “eroe” suona comunque abbastanza fuori luogo: occorre ammettere che la disavventura di Wei Wei rimane, purtroppo, una delle tante (lo si deduce anche da un sommario spoglio dei casi di “dissidenza” che si sono succeduti negli anni) e non è la più tragica bensì soltanto quella più conosciuta e seguita dai media. Come sempre accade in questi casi, la massa silenziosa delle vittime attende ancora di emergere dal fitto silenzio in cui giace.

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McLuhan: il lato oscuro dell’alfabeto fonetico

Understanding media (tradotto in italiano con il titolo Gli strumenti del comunicare, ed. Il Saggiatore Net, 2002) è probabilmente il libro più letto e commentato da Marshall McLuhan, almeno nel nostro Paese. Un libro fortunato, almeno per il fatto di essere stato adottato presto dalle università e diventato in questo modo un piccolo oggetto di culto…Al di là dell’aspetto popolare, però, Understanding media contiene davvero molte osservazioni interessanti sul mondo dei mass media che, in certi casi, sembrano anticipare gli scenari attuali. Tanto che c’è da chiedersi se siamo consapevoli del valore del discorso mcluhaniano, nonostante le inevitabili rettifiche che il presente può fare verso un autore che scriveva in un’epoca ben lontana dalla nostra (la prima edizione di UM è del ’64). Cominciano a rileggerne alcune parti, cominciando da alcune osservazioni che riguardano l’alfabeto fonetico e la scrittura occidentale.

“I risultati raggiunti dal mondo occidentale testimoniano ovviamente degli enormi meriti dell’alfabetismo. Ma molti sono pronti a obiettare che abbiamo pagato a troppo caro prezzo la nostra struttura di tecnologie e valori specialistici (…) La coscienza non è un processo verbale. Eppure, nei secoli di alfabetismo fonetico, abbiamo ritenuto che la catena delle deduzioni fosse il segno principale della logica e della ragione. La scrittura cinese conferisce invece a ogni ideogramma un’intuizione totale dell’essere e della ragione che lascia soltanto una minima parte alla sequenza visiva come segno di sforzo mentale e di organizzazione (…) Soltanto le culture alfabetiche hanno sinora utilizzato sequenze lineari coerenti come forme che permeano le organizzazioni psichiche e sociali. La frantumazione di ogni tipo di esperienza in unità uniformi al fine di produrre un’azione più rapida e un mutamento di forme (conoscenza applicata) è stato il segreto del potere dell’Occidente sull’uomo e sulla natura. E’ questa la ragione per cui i programmi industriali nel mondo occidentale sono stati involontariamente così aggressivi e i programmi militari, a loro volta, così industriali. Entrambi sono infatti determinati dall’alfabeto per quanto riguarda la tecnica di trasformazione e di controllo atta a rendere uniformi e continue tutte le situazioni. Questa procedura, già evidente persino nella fase greco-romana, s’intensificò ancora di più con l’uniformità e la ripetibilità del meccanismo gutenberghiano”.

“La civiltà si costruisce sull’alfabetismo, in quanto esso è il trattamento uniforme di una cultura mediante il senso visivo esteso nel tempo e nello spazio dell’alfabeto. Nelle culture tribali l’esperienza è organizzata da una vita sensoriale prevalentemente auditiva che reprime i valori visivi. L’udito, a differenza dell’occhio che è freddo e neutrale, è iperestetico, delicato e onnicomprensivo. Le culture orali agiscono e reagiscono simultaneamente. La cultura fonetica fornisce agli uomini mezzi per reprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni quando sono impegnati in un’azione. Agire senza reagire e senza essere coinvolto è il singolare vantaggio dell’alfabeta occidentale”.

Citazioni tratte da Gli strumenti del comunicare, ed. Il Saggiatore Net, 2002.

Mi sono già occupato di Marshall McLuhan sul sito Agoravox (Marshall McLuhan il profeta incompreso dei nuovi media).

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Douglas Coupland, biografo di McLuhan

“I mass media adoravano Marshall perché le sue intricate posizioni teoriche riuscivano al tempo stesso a confonderli e a lusingarli. All’inizio degli anni Sessanta non esistevano corsi di studio sui media: li inventò letteralmente Marshall. E, come spiegato da C.P.Snow nel suo Le due culture, non c’era collegamento fra la cultura alta e la cultura pop, o fra gli studi letterari e artistici e quelli scientifici e tecnologici, e ciascuno dei due disprezzava l’altro. Ma Marshall vedeva il mondo come totalmente interconnesso e si sforzava di riunire insieme tutte le forme di cultura, e forse è per questo che le sue idee hanno resistito al passare degli anni dopo la sua morte nel 1980, mentre altre sono svanite”.

“All’inizio della sua ascesa verso la celebrità, quando suggeriva per la prima volta dei modi per comprendere i nuovi media, Marshall veniva spesso ridicolizzato dall’establishment per quello che sembrava volesse dire, o perché lo diceva in modi che facevano pensare che ci volesse un traduttore. Negli ultimi dieci anni della sua vita la celebrità era calata e per certi aspetti era diventato il peggior nemico di sè stesso, impegnato a difendere le proprie teorie sopravvalutandole a dismisura e a chiarirle rendendole così succinte e aforistiche che assomigliano a un linguaggio quasi esoterico. Di conseguenza, in questi ultimi tempi la maggior parte di quelli che conoscono McLuhan di nome ha solo una vaga idea di quanto abbia detto e fatto, e in più queste vaghe idee si basano su informazioni di seconda, terza, quarta ed ennesima mano. Il suo stile di pensiero e scrittura si presta benissimo alla parodia. Ma il guaio delle parodie è che dimostrano che un determinato stile è così potente che si può…bè…farne la parodia. La parodia è un complimento indiretto da parte di gente che crede di fare una stroncatura”.

“In un certo senso le idee di McLuhan sono diventate come una canzone di cui conosciamo tutti la melodia ma non il testo completo, e quindi in lui leggiamo qualsiasi cosa ci venga in mente. Scordatevi i mediocri attori che si pavoneggiano: la vita nel XXI secolo è un karaoke, il tentativo senza fine di mantenere una dignità di fronte a un vortice di dati che scorre incontrollabile su uno schermo”.

Le citazioni sono tratte da D.Coupland, Marshall McLuhan, Isbn Edizioni 2011.

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Ricordando Marshall McLuhan: una webgrafia

Marshall McLuhanSono molti davvero a ricordare Marshall McLuhan nell’anno del suo centenario, a cominciare dal sito ufficiale dove si possono reperire molti articoli e informazioni editoriali sul “fenomeno McLuhan”. Già soltanto scorrendo i titoli presenti nella home page e che rimandano a iniziative di confronto e dibattito sul pensiero di McLuhan si capisce la vasta, capillare influenza che lo studioso ha avuto su buona parte del mondo della comunicazione, dei mass media e dell’era elettronica: si va dall’analisi di alcuni classici del suo pensiero alla figura di riferimento per la new media art e per l’attivismo digitale, necessità espresse tramite programmi di convegni, festival, iniziative che si diffondono a macchia di leopardo sull’intero globo – appunto nel “villaggio globale”. Bene ha fatto, allora, il Biografilm Festival di Bologna a includere quest’anno nel suo palinsesto una rassegna video sullo studioso, in particolar modo a offrire in visione il documentario-intervista al figlio, Eric McLuhan, che ha lavorato spesso in collaborazione con il padre e che rimane, forse, il testimone più attendibile riguardo al modo di scrivere e di pensare di McLuhan. In effetti, il primo a ironizzare sulle incomprensioni che generava era proprio l’autore. Rimane però vero che in qualche modo il suo diventare un’icona popolare negli anni Sessanta – basti pensare alla celebre sequenza nel film di Woody Allen Annie Hall e alle molte apparizioni televisive ora confluite, neanche a dirlo, su You Tube- lo si deve anche e soprattutto alle sue capacità metamorfiche, al gusto per l’avventura e l’esplorazione.

Può essere interessante leggere l’intervista su McLuhan apparsa sull’Enciclopedia delle scienze filosofiche che fa il punto sia sul personaggio che sulle opere principali, ricordando la dimensione anche ironica e umoristica che spesso ha portato a fraintendere termini, ormai abusati, come “media caldi e freddi”, il già citato “villaggio globale” e simili. Difficile davvero ricondurre McLuhan ad una linea di pensiero unica, essendo il suo approccio portato per gli innesti, le contaminazioni, e tutto ciò ben prima che anche il termine “contaminazione” – di origine virale e, tutto sommato, poco piacevole- diventasse moneta corrente specialmente tra i giornalisti di moda e arte. Il prezzo da pagare, se vogliamo, per aver coniato degli slogan che nascondo, comunque sia, molto pensiero creativo e ricchi spunti di riflessione.

Ma più che immergersi nell’incasinato quanto ludico mondo di YT, forse il sito Marshall McLuhan Speaks può fornire un saggio concreto di come McLuhan si esprimesse e di quanto gli dobbiamo, nonostante tutto, anche in Italia per quello sguardo sulle tecnologie e sui loro effetti antropologici di cui non è facile rendere conto, specialmente in termini economici e politici, come ha ricordato di recente anche Derrick de Kerchove nel suo intervento alla conferenza McLuhan: tracce del futuro. The future of the future is the present, di cui si può leggere una breve presentazione di Anna Masera su La Stampa.

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Riflessioni su Tienanmen

“Quale può essere la politica della singolarità qualunque, cioé di un essere la cui comunità non è mediata da alcuna condizione di appartenenza (l’essere rosso, italiano, comunista) né dalla semplice assenza di condizioni (comunità negativa, quale di recente è stata proposta in Francia da Blanchot), ma dall’appartenenza stessa? Una staffetta venuta da Pechino porta qualche elemento per una risposta.

Ciò che più colpisce nelle manifestazioni del maggio cinese è, infatti, la relativa assenza di contenuti determinati di rivendicazione (democrazia e libertà sono nozioni troppo generiche e diffuse per costituire oggetto reale di un conflitto e la sola richiesta concreta, la riabilitazione di Hu Yao-Bang, è stata prontamente concessa). Tanto più inspiegabile appare la violenza della reazione statale.  E’ probabile, tuttavia, che la sproporzione sia soltanto apparente e che i dirigenti cinesi abbiano agito, dal loro punto di vista, con maggiore lucidità degli osservatori occidentali, esclusivamente preoccupati di portare argomenti alla sempre meno plausibile opposizione di democrazia e comunismo. Poiché il fatto nuovo della politica che viene è che essa non sarà più lotta per la conquista o il controllo dello stato, ma lotta fra lo stato e il non-stato (l’umanità), disgiunzione incolmabile delle singolarità qualunque e dell’organizzazione statale“.

Tratto da G.Agamben, La comunità che viene, Bollati Boringhieri.

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La scomparsa di Jorge Semprùn

E’ abbastanza strano, se non desolante, apprendere della morte dello scrittore spagnolo Jorge Semprùn dalla stampa estera (Le Monde del 9/06/11) piuttosto che da quella italiana, latitante su questa come su altre questioni europee. Questione europea, proprio così, perché da noi la letteratura non è mai entrata in Europa, con ogni evidenza, e vivacchia più che altro di pettegolezzi sul premio Strega piuttosto che sull’ultimo romanzetto della Mazzantini. Dopo una breve rassegna stampa, mi sono rassegnato all’evidenza: Semprùn è assente dalle pagine dei quotidiani, tranne che per un piccolo “box informativo” (patetico nella sua laconicità) apparso su Repubblica, pur essendo morto soltanto pochi giorni fa, il 7 giugno, nel suo appartamento di Parigi per complicazioni cardiache. Ai morti non si dovrebbe rendere soltanto il silenzio, tanto meno nel caso di uno scrittore di questa levatura sia letteraria che morale. Aveva ottantasette anni, una vita trascorsa tra i campi di prigionia nazisti e la resistenza nel partito comunista spagnolo, infine nell’impegno politico come ministro della cultura per il governo socialista di Felipe Gonzales. Una vita intensa, pubblica e ampiamente riconosciuta all’estero. Jorge Semprùn ha scritto molto ma come trascinato, fino all’ultimo, dai morsi della memoria, quella memoria dei campi di concentramento che definiva, nella sua lingua adottiva, “le passé qui ne passe pas”.

Tornato dalla guerra del ’44, Semprùn scriverà uno dei suoi libri più famosi e citati: La scrittura o la vita, tradotto in Italia da Guanda (1996). Altri ne seguiranno, sul filo di un’autobiografia, in un certo senso, necessaria che non cede sul proprio bisogno di ricostruire il senso dell’esperienza e non si trasformerà mai in una semplice, accogliente narrativa. In altre parole, leggere i romanzi di Semprùn – La Deuxième Mort de Ramon Mercader (1969), per esempio, oppure Vingt ans et un jour (2004) – non è proprio una passeggiata. Scriverne ancora meno, anche se resta doveroso farlo e molti scrittori tra cui Tahar Ben Jelloun (sul giornale sopra citato) hanno sentito di doverlo fare in questi giorni. E poi c’è l’intensità che lo caratterizza anche nella vita e che ne ha fatto, tra le altre cose, un uomo “esigente e generoso” fino all’estremo e, dunque, fino alla delusione se non alla più profonda malinconia. Una verità che traspare persino dalle sue fotografie, credo.
Delusione? Malinconia? Per quale motivo? Di certo, non tanto per non essere stato ammesso a quella fiera delle vanità che è l’Académie française, per via della sua nazionalità; e neppure per quel mestiere di ministro che gli stava stretto, tutto sommato, e che non ha mai portato avanti con gesti gloriosi né toni apologetici, alla maniera di un Andrè Malraux. La delusione, forse, cominciava molto tempo prima e si era consumata di fronte al Male assoluto che si era trovato a dover vivere dall’interno. In La scrittura o la vita racconta: “Vedevo il mio corpo, sempre più evanescente, sotto la doccia settimanale. Smagrito ma vivo: il sangue circolava ancora, nulla da temere. Questo corpo esile ma duttile, adatto ad una sognata ma poco probabile sopravvivenza, sarebbe bastato. La prova, del resto, è che sono qui”.
L’incipit del romanzo non promette meraviglie che non siano anche il frutto della paura, di qualcosa di nuovo che accade e di fronte al quale non ci si può tirare indietro: “Stanno davanti a me, con gli occhi sbarrati, e d’improvviso io mi vedo nel loro sguardo di terrore: nel loro sgomento. Da due anni vivevo senza volto. Nemmeno uno specchio, a Buchenwald”. Noi abbiamo avuto Primo Levi, certo, la Spagna avrà avuto Semprùn. Domani, forse, potremo leggere qualche saggio su queste due grandi figure di cui niente ci ricorda con esattezza che cos’hanno vissuto, ma delle quali sentiamo che possiamo comprendere, almeno in parte, la tristezza e la forza d’animo. Il superamento dell’agonia, in particolar modo, la sua cifra etica e non soltanto estetica.
Sul sito di Le Monde, tra l’altro, si possono leggere le testimonianze di Régis Debray e di Pierre Assouline sul blog La republique des livres. Mi ha colpito, in particolar modo, una frase di Debray che cita, in modo ironico, un noto libro di Marguerite Yourcenar: “Le Temps, ton grand sculpteur ? Non. C’est toi qui l’auras sculpté, fouillé et mis en forme” (“Il tempo, il tuo grande scultore? No. Sei tu che l’avrai scolpito, indagato e messo in forma”). In altre parole, di fronte all’accademica di Francia che giocava a fare la storica, Debray mette in luce la “scultura vivente” di Semprùn, il suo coinvolgimento in prima linea. Non gli si poteva offrire un elogio funebre più eloquente.

Questo articolo si può leggere anche su AgoraVox.

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La retorica della “resistenza” cinese

Che cosa sappiamo di Ai Weiwei, l’artista imprigionato dal governo cinese circa quaranta giorni fa con l’imputazione (reale o fittizia) di evasione fiscale? A parte il fatto che è attualmente l’artista più famoso e citato del globo ben poco. Le immagini delle sue opere restituiscono un percorso che risente di un’impostazione concettuale, a volte ludica e altrove volte meno, ma niente di più. Sul sito web dell’artista è possibile vedere alcuni suoi lavori, anche se ormai questa storia non ha più nulla a che vedere con l’arte, si potrebbe dire, ma con la sofferenza personale e il soffocamento della libertà, di qualsiasi forma di dissenso. Quello che abbiamo di fronte, insomma, non è tanto l’ennesimo artista incarcerato ma lo spettro del totalitarismo.

I principali musei del mondo, tra i quali la Tate Modern di Londra, hanno fatto fronte comune con una petizione per la scarcerazione di Weiwei, come di prassi ama fare la società democratica, d’altra parte, altrimenti impotente a smuovere le acque stagnanti – sia pure diplomaticamente- del grande Impero cinese. Politici e intellettuali occidentali si sono attivati per una liberazione che appare ogni ora e ogni giorno più improbabile visto che il mercato nero delle opere d’arte è una realtà diffusa e l’accusa che viene fatta all’artista (come copertura del suo attivismo politico, si suppone) potrebbe essere fondata.

Invece, ciò  di cui non abbiamo una vera certezza è che esista una resistenza organizzata in Cina, mentre i segnali che giungono dalle poche, laconiche righe che i giornali italiani dedicano a questo genere di eventi (tranne in casi eclatanti di arresti immediati e altri “fatti inoppugnabili” da prima pagina) sembrano non confermare questa bella ipotesi, nonostante sia Weiwei che Liu Xiaobo siano firmatari del manifesto per le riforme democratiche chiamato Charta 08. Perché un conto sono i proclami e i manifesti, e un conto è la resistenza politica che si dà delle strutture reali, una risonanza sufficiente per smuovere l’opinione pubblica. Tutte cose che, in un paese sotto stress capitalista come la Cina, saranno molto difficili da attuare.

Rendez-vous filosofico con Sloterdijk

SloterdijkDato che sono abbastanza sicuro che questo libro, anzi libretto, di Peter Sloterdijk passerà inosservato considerata la massa di libri, ben più voluminosi e pubblicizzati, che ingombra le librerie ne parlo volentieri. Tanto più che Sloterdijk è uno di quei filosofi universalmente noti che, per un destino tutto italiano (ma l’elenco sarebbe lungo…), viene ancora ignorato o trattato con cieca sufficienza nonostante la sua carriera sia iniziata almeno quarant’anni fa. Infatti il suo libro più famoso, Critica della ragione cinica, usciva nel lontano ’72. Fu un grande successo, in buona parte meritato, ma ebbe la sfortuna, forse, di non rientrare in una corrente filosofica precisa, come l’ermeneutica o la filosofia del linguaggio, e pertanto temo sia caduto nella categoria onnicomprensiva dei trattati di “sociologia filosofica”. E da noi, come è facile constatare ormai da tanti anni, il conformismo culturale evita come la peste tutto ciò che non è etichettato con cura. Come se poi non fossero proprio i libri di attualità critica (per esempio certe opere di Adorno o più di recente e di Bauman), le radiografie impietose del presente – ecco, mi chiedo se non siano questi i libri importanti, quelli che meritano di essere letti, meditati e magari recensiti.

Comunque questa volta Sloterdijk non avrà problemi a farsi capire perché Caratteri filosofici. Da Platone a Foucault (Raffaello Cortina) è un libro di piccolo taglio ma di ottime idee: chiaro nel discorso senza essere piattamente divulgativo, anzi, e persino ironico dove occorre, si presta a riflessioni sparse sulla filosofia di ogni tempo riuscendo nel compito di unificare punti di vista che abbiamo spesso immaginato lontani, se non incompatibili. Si legga, ad esempio, che cosa scrive di Platone: “Con una qualche libertà, le procedure platoniche si possono paragonare a una psicoanalisi in cui ricordiamo non di una scena archetipa rimossa, bensì di archetipi confusi e di essenze matematiche ottenebrate. Se tali memorie possano giungere a completa trasparenza, difficile dirlo con certezza”. Certe visioni di Sloterdijk possono sorprendere, come quando conclude così il capitolo su Agostino: “La modernità ha scoperto che l’uomo può riuscire sgradito a se stesso anche senza Dio. Verità e depressione si dispiegano in una correlazione reciproca, che si può pensare senza il sadismo smisurato di Dio e senza la smisurata sua Grazia. I contributi di Agostino all’interpretazione della separatezza dell’uomo dal fondamento buono e le sue acute decostruzioni delle umane autoprotezioni sono ciò che garantisce ai classici cristiani un inesauribile pubblico di lettori postcristiani”. E’ esatto, ma anche beffardo. Anti accademico, come minimo. Davvero belle sono, se non toccanti, le pagine che il filosofo tedesco dedica a Schelling (“In una prosa abbacinante, il giovane Schelling abbozzò una serie di schizzi di sistema che compivano un’ascensione celeste della ragione speculativa di fronte allo sconcerto dell’opinione pubblica”) come a Sartre (“Probabilmente è stato il filosofo più operoso e attivo del secolo. I suoi presunti debiti con la poco prediletta umanità li ha restituiti con interessi elevati”) , mentre delude il ritratto troppo breve di Foucault. Per non parlare di certe vistose mancanze, come Spinoza o Deleuze, ma queste erano state messe in buon conto fin dalla prefazione. Per quanto riguarda Foucault, invece, l’accidentalità pura e semplice di questi “schizzi” letterari non basta come giustificazione. Considerata l’influenza che il filosofo francese ha avuto sull’intero arco della filosofia contemporanea, compresi i suoi numerosi detrattori, occorreva, forse, soffermarsi di più…Ma nessuno ha detto che questa galleria di ritratti mirasse alla completezza, anzi. Mi rimane il dubbio che Sloterdijk l’abbia fatto apposta così che un lettore volenteroso, un giorno, possa completare il lavoro.

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