Michael Lowy non è uno saggista comune, non scrive per dovere di studioso, per raccogliere trofei di carriera, semplicemente. Quando scrive del pensiero ebraico e, in particolar modo, di autori come Kafka, Benjamin, Landauer, Bloch, Lukàcs, Buber, Scholem e altri lo fa per resuscitare un mondo dal quale, anche per via delle sue origini (nato in Brasile da genitori ebrei), non è forse mai uscito davvero, fino a farne l’oggetto prediletto del suo lavoro. In questo modo ci ha consegnato dei libri straordinari, sempre ricchi di ricordi e densi di contenuto sia politico che filosofico, chiarendo spesso delle zone oscure del pensiero di autori fraintesi o ridotti a poche righe nelle antologie.
Redenzione e utopia. Figure della cultura ebraica mitteleuropea (Bollati e Boringhieri) è un esempio eloquente delle doti di storico delle idee di Lowy. Nella mia lettura purtroppo rapida e non sempre generosa, a dire la verità, nei confronti delle analisi del contesto storico e sociale che riempiono questo libro, è stato inevitabile considerare con attenzione almeno i capitoli dedicati a due tra i più importanti scrittori del Novecento che si sono collocati, non per credo religioso quanto per convinzione personale, nell’ebraismo: Franz Kafka e Walter Benjamin. Non credo sia un caso se sono anche i capitoli centrali del libro di Lowy, che in questo modo sembra formare una specie di trittico dove al centro, ben illuminati, si trovano i “fari” di intere generazioni e accanto, ai due lati, indagini più ampie su gruppi politici e su figure importanti, ma meno conosciute, dal grande pubblico come Rosenzweig o Scholem.
Nessuna intenzione, da parte di Lowy, di confondere in modo indebito letteratura e politica, ma semmai di ricordare le continue, inevitabili zone di latenza tra le due. Situazione marginale, per esempio, di Kafka ma non meno vissuta all’interno di gruppi politicamente attivi: “Come altri intellettuali ebrei dell’Europa centrale, il suo rapporto con l’ebraismo è tardivo e preceduto da un’immersione profonda nella cultura tedesca. Il suo legame con il romanticismo tedesco non è così diretto come quello di Landauer, Benjamin o Bloch; né Novalis, né Schlegel, né Honderlin sono fonti della sua opera”. Lowy non utilizza, in queste pagine, il termine “romantico” per indicare la corrente letteraria ma per identificare un orientamento tra etica, scrittura ed eventuali interessi politici, specialmente l’innesto tra spirito messianico (anche in senso estetico, come ne Lo spirito dell’Utopia di Ernst Bloch) e anarchismo. In questo senso, Kafka si riconosceva in quella “critica neoromantica della Zivilisation tedesca (capitalistica) dai suoi amici del circolo culturale sionista Bar-Kochba” e, secondo Lowy, conviene rileggere un romanzo come America seguendo questa interpretazione. D’altra parte, non si tratta di una tesi bizzarra ma ampiamente diffusa quella di un Kafka critico della modernità e dell’alienazione che ne deriva. Ciò che il discorso di Lowy aggiunge, semmai, è che quest’aspetto polemico, comune a molti scrittori del periodo di Kafka, si conciliava bene “con una nostalgia della comunità tradizionale (…) che l’attira verso la cultura (e la lingua) yiddish degli ebrei orientali, verso i progetti di vita rurale in Palestina di sua sorella Ottla, nonché in maniera più ambigua verso il sionismo romantico-culturale dei suoi amici praghesi”. Pagina dopo pagina, Lowy ricama un tessuto di analogie che chiarisce, attraverso lettere, diari e romanzi, quanto Kafka fosse integrato nel suo ambiente e non un caso unico o, come si dice, “eccezionale”: fuori dal comune era il suo talento letterario, senza alcun dubbio, ma le sue idee erano condivise ampiamente e persino portate all’estremo da altri intellettuali dell’epoca.
Uno di questi era destinato a diventare famoso, almeno nei circoli culturali europei e, in particolar modo, dagli anni Sessanta in poi anche in Italia, quando si è cominciato a discutere seriamente delle sue opere: Walter Benjamin. Della fama postuma di Benjamin si è detto e scritto moltissimo, qui vorrei soltanto ricordare le belle pagine che gli ha dedicato Franco Rella ne Il silenzio e le parole (Feltrinelli), davvero preziose per chiarezza espositiva e per la conoscenza dei problemi di traduzione che, a volte, comporta il corpus benjaminiano. Tornando al saggio di Lowy, il capitolo dedicato a Benjamin è denso di chiarimenti preziosi intorno ai fulcri del suo pensiero, in particolar modo quando l’autore decide di mettere da parte l’aspetto letterario- ampiamente studiato altrove, fino al punto che si tende spesso a confondere il profilo di Benjamin con quello di un semplice letterato- per affondare i denti in quella strana (almeno per noi) commistione di filosofia, pensiero storico (nel senso, molto particolare, delle celebri Tesi sulla filosofia della storia delle quali Lowy è un fine esegeta) e messianismo ebraico. Infatti, scrive Lowy, “Benjamin è uno dei rari autori in cui l’affinità elettiva tra messianismo ebraico e utopia liberale sia giunta a una vera fusione, cioè alla nascita di una forma di pensiero nuovo, irriducibile alle sue componenti “. Come dire, la “zona oscura” per eccellenza, quella dove spesso si abbandona Benjamin a semplici congetture…O magari per spiagge culturali più rassicuranti.
[...] e Boringhieri). Questo articolo si può leggere, con un altro titolo, anche su Finzioni Occidentali. Share this:TwitterFacebookLike this:LikeBe the first to like this [...]